LA FILIERA SERICA Conferenza tenuta dal dott. Ettore Marson presso la Barchessa della Villa Brandolini di Vistorta
18 ottobre 2025 (Estratto della conferenza)
Parlare della seta significa affrontare un argomento che si interfaccia con innumerevoli temi, alcuni importanti per l’aspetto economico, altri per quello scientifico dal punto di vista biologico ed entomologico, altri per la loro attinenza con sofisticate tecniche via via sempre più perfezionate e complesse e tutti con indiscussa rilevanza storica. Nella imponente barchessa della villa Brandolini di Vistorta, si realizzò una delle bigattiere più avanzate d’Europa, concepita per ottimizzare l’allevamento del baco da seta garantendo condizioni ottimali di temperatura e umidità, fondamentali per un insetto che in meno di un mese aumenta di ben 8.000 volte il proprio peso iniziale nutrendosi esclusivamente di foglie di gelso.
Fu l’imperatore Giustiniano che nel 553 d.C. si appropriò delle conoscenze necessarie alla bachicoltura che tornarono utili a tal punto che, nell’Ottocento, l’80% della seta europea era italiana ed il nostro Paese era diventato il secondo produttore a livello mondiale venendo subito dopo della Cina.
Le razze monovoltine, ossia che consentono una sola generazione all’anno, ma assai più produttive, già importate da Giustiniano, furono ulteriormente selezionate tanto che persino i sovrani orientali si rifornivano di seta italiana. Le lavorazioni in tutte le varie fasi della Filiera Serica continuarono a perfezionarsi sempre di più nei secoli. A fine Settecento, i telai di Lione utilizzavano già sistemi a schede perforate, anticipando la tecnica dei primi computer che adottavano il programma Fortran.
A metà Ottocento si verificò una epidemia: la bachicoltura fu colpita dalla pebrina, una malattia dei bachi che si trasmetteva con le uova deposte dalle farfalle infette. Costituì una vera catastrofe economica e la risoluzione dell’epidemia divenne un affare di Stato per tutte, indistintamente, le nazioni bachicole europee. Grazie agli studi di Louis Pasteur, presentati al congresso bacologico internazionale di Gorizia del 1870, venne adottato nella produzione del seme bachi un metodo profilattico realmente efficace, che fu risolutivo. La bachicoltura era salva e da quel momento lo Stato italiano promosse la nascita di istituti bacologici per garantire la sanità e la qualità del “seme bachi” e per formare le maestranze, le “bigattine”, molte infatti erano donne,
La produzione della seta greggia — cioè il filo ricavato tramite la trattura nelle filande, ma non ancora sgommato — rappresentava vera ricchezza per la Nazione. Questa seta costituì per secoli base monetaria al pari dell’oro. Già agli arbori dell’epoca veneziana, ad esempio, il tributo annuo dell’isola di Arbe era fissato in dieci libbre di seta, convertibili in cinque libbre d’oro puro in caso di mancanza della seta greggia. Il motivo per cui si faceva riferimento alla seta greggia, dipendeva dal fatto che solo questa seta era valutabile con precisione in base al peso, infatti con le successive lavorazioni di sgommatura del filato seguite dalle operazioni di ricarica, il peso veniva inevitabilmente alterato. Ecco il motivo per cui le transazioni venivano regolate in seta greggia o in oro puro a 24 carati.
Superata la crisi della pebrina, la bachicoltura già a partire dal 1886 dovette affrontare un nuovo serio problema: la Diaspis pentagona, una cocciniglia che attaccava i gelsi compromettendone la produzione fogliare. L’entomologo Antonio Berlese , dopo anni di studi, ricerche e ripetuti vani tentativi, a partire dal 1909 si avvalse della lotta biologica utilizzando come insetto antagonista della diaspis l’imenottero Encarsia formosa (una piccolissima vespetta poi rinominata in suo onore Prospaltella berlesei) che riusciva a deporre le proprie uova proprio all’interno della diaspis, uccidendola. Lo Stato rese ovunque obbligatoria la cura dei gelsi mediante rametti contenenti diaspidi parassitizzate ed imponendo sanzioni ai proprietari inadempienti. Alla vigilia della prima guerra mondiale il problema della Diaspis era definitivamente risolto.
La seta greggia italiana era quotata ogni giorno nelle più importanti Borse Seta mondiali, quali New York e Yokohama, e per ben due terzi, almeno, era collocata all’estero a sostegno della base monetaria del Paese.
Sul finire del XIX secolo le politiche delle multinazionali del tempo, sempre più invasive grazie alla parte della stampa che già allora di fatto controllavano, cercarono di minare il sistema finanziario per appropriarsene e sottrarlo così definitivamente al controllo statale. L’importante Banca Generale, con sedi a Roma e Milano, che gestiva magazzini di seta e concedeva crediti su di essa, fallì, nel 1894, e ciò fu un chiaro segno dell’aspra lotta in corso. Benché fossimo in piena Belle Époque questi agguerriti gruppi finanziari cercarono con una pubblicità mirata e martellante di diffondere la convinzione che solo vestendo con fibre sintetiche, che allora appunto iniziavano a presentarsi sul mercato, si potesse essere veramente alla moda!
Provocarono soprattutto in Lombardia e Piemonte reazioni a catena; si ricorda la Petizione degli operai setaiuoli lombardi alle signore italiane, datata 10 febbraio 1879, «affinché comprendano come i capricci della moda siano per noi cagione di miseria, e si facciano così banditrici di una generosa crociata in pro della seta. […]»
Tutto crollò nel 1933 con il New Deal di Franklin D. Roosevelt che decretò la fine della convertibilità del dollaro in oro. Ci fu un immediato effetto domino per le altre valute/divise. La seta greggia italiana perse il suo ruolo nel sostenere la base monetaria, quindi oltre i due terzi della seta greggia prodotta in Italia erano diventati, di colpo, non più necessari. Gli stabilimenti bacologici italiani, sorti per l’applicazione del metodo Pasteur e che furono centri di ricerca scientifica nonché scuole per la formazione delle maestranze specializzate, si trovavano concentrati ad Ascoli Piceno ed a Vittorio Veneto. La massima parte di loro chiuse definitivamente nel giro di pochissimo tempo, ancora durante gli anni Trenta. Lo Stato per tentare di salvare, per quanto ancora possibile, la bachicoltura ed anche, diciamolo pure, il marchio Made in Italy si attivò, ma nulla fu più, sia pure lontanamente, come prima !
